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| Perché una patologia al femminile? |
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Nei Disturbi del comportamento alimentare c’è un’evidenza a favore di fattori storici facilitanti l’espressività di fattori naturali del disturbo. Le pressioni sociali agiscono attraverso i messaggi contraddittori sul ruolo della donna comunemente filtrati dai mass-media e dagli imperativi sociali subliminali: la si vorrebbe votata ai valori della famiglia e della casa (come la donna di ieri), ma le vengono richieste, oltre alle doti di tipo più tradizionale, anche i caratteri dell’autonomia e dell’indipendenza-competitività, tipicamente maschili. Questo primo livello contribuisce a creare un autentico disagio psicologico in soggetti vulnerabili, che viene amplificato dalla preferenza, questa volta più evidente, per l’immagine della donna magra e scattante. Sull’influenza dei modelli culturali alcune riflessioni sono d’obbligo. I modelli percettivi e cognitivi hanno teorizzato il ruolo dei fattori socio-culturali esclusivamente in termini di “pressione a favore della magrezza”; il significato dell’ideale della snellezza è stato spesso ignorato come forma culturale, espressione di ideali, ansie e mutamenti sociali molto più profondi di quelli puramente estetici. Ma la questione non è poi così semplice. I media e l’industria culturale vengono regolarmente interpretati come il solo nemico capace di assoggettare giovani donne passive e influenzabili, ed ora anche giovani uomini apparentemente più aggressivi e intraprendenti. Perchè la magrezza sia divenuta un ideale culturale dominante nel ventesimo secolo è oggetto di discussione; per il sesso femminile l’anoressica incarna, in modo estremo, una battaglia psicologica tipica della situazione attuale delle donne, una situazione in cui l’azione congiunta di fattori sociali, economici e psicologici diversi ha prodotto una generazione di donne che si considerano piene di difetti, si vergognano delle proprie esigenze e non si sentono autorizzate a esistere, se non a condizione di trasformare se stesse in persone nuove e degne (cioè senza esigenze, senza bisogni, senza corpo).L’anoressia rappresenta uno degli estremi di un continuum sul quale oggi si trovano tutte le donne, in quanto tutte più o meno vulnerabili alle esigenze della costruzione culturale della femminilità, per cui la cultura – la quale opera non solo mediante l’ideologia e le immagini, ma anche mediante l’organizzazione della famiglia, la costruzione della personalità, l’educazione della percezione – non concorre semplicemente all’insorgere dei disturbi alimentari ma addirittura ha un ruolo preminente nel produrli.Ne sono conferma di ciò due aspetti singolari dei disturbi del comportamento alimentare: in primo luogo, essi sono molto più frequenti nella popolazione femminile (circa il 90% delle persone che ne soffrono è composto da ragazze o donne); in secondo luogo, i disturbi alimentari rappresentano un fenomeno culturalmente e storicamente situato: nelle società industriali avanzate degli ultimi cento anni circa. Nel corso della storia, sporadicamente, sono stati documentati diversi casi isolati, ma è solo nella seconda metà dell’Ottocento che una sorta di contenuta epidemia di anoressia mentale viene menzionata per la prima volta nei resoconti medici; e una tale frequenza scompare di fronte allo straordinario dilagare dell’anoressia e della bulimia negli anniottanta e novanta del nostro secolo. Il quadro delineato quindi solleva dubbi sulla possibilità di potere designare l’anoressia e la bulimia secondo criteri strettamente clinici, ponendo invece l’accento sul carattere acquisito, culturalmente determinato, di tali disturbi e ridefinendo il ruolo della cultura in termini di fattore primario nella produzione dei disturbi del comportamento alimentare, e non di fattore scatenante o concomitante. La cultura non ha solo insegnato alle donne a essere corpi insicuri, continuamente alla ricerca su se stessi di segni d’imperfezione; ha anche insegnato alle donne (e agli uomini) a vedere il corpo in un certo modo: la magrezza è stata sempre decantata come un pregio da un punto di vista estetico, ogni curva e rotondità finisce per essere vista come sgradevole, come grasso inestetico che deve essere eliminato; alla luce di questa analisi, non è che l’anoressica percepisca in modo errato il proprio corpo, piuttosto ha appreso perfettamente gli standards culturali dominanti relativi al modo in cui percepirlo.La nostra è una cultura in cui le diete rigide e l’esercizio fisico intenso sono continuamente intrapresi da un numero sempre più alto di ragazze sempre più giovani: addirittura di sette o otto anni, secondo alcune ricerche; in altre parole la nostra società sta producendo una generazione di donne giovani e privilegiate con gravi disturbi mestruali, nutrizionali e mentali. Ma come può un’analisi culturale spiegare il fatto che i disturbi del comportamento alimentare si manifestano solo in alcuni individui, benché tutti siamo soggetti alle stesse pressioni socio-culturali? In realtà non siamo esposti tutti “alle stesse influenze culturali”; ciò cui tutti siamo esposti, piuttosto, sono le immagini e le ideologie omogenizzanti e normalizzanti relative alla femminilità e alla bellezza femminile. Tali immagini premono a favore della conformità ai modelli culturali dominanti, ma l’identità individuale non si forma soltanto attraverso l’interazione con tali immagini, per quanto potenti possano essere. Le particolari configurazioni (appartenenza etnica, posizione socio-economica, fattori genetici, educazione, famiglia, età e così via) da cui risulta la vita di ciascuno sono ciò che determina il modo in cui ogni singola donna viene influenzata dalla nostra cultura. L’identità di ognuno di noi si costruisce a partire da vincoli genetici, morfologici, culturali, familiari, psichici, che insieme determinano la nostra posizione nel mondo e la nostra libertà. Ma ancora più fortemente questi disturbi sono ancorati alla visione del mondo più diffusa in questa parte del mondo occidentale. È questo che ci spiega perché queste pazienti sono così tenacemente attaccate al loro sintomo, anche se le porta alla morte. tratto da: IL VASO DI PANDORA Disturbo del Comportamento Alimentare: guida per familiari, amici, insegnanti e pazienti, Pubblicazione a cura di CESVOL, centro servizio per il volontariato Perugia, 2008
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