Briciole di Pane - Uscire dai disturbi del comportamento alimentare possibile

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DCA - Bulimia
Scritto da Stefania Cordazzo   
Indice articolo
La Storia di Stefania
Pagina 2


 

Quell’anno, anche in seguito ad avvenimenti gravi avvenuti in famiglia, divenni piuttosto rigida nei miei confronti. Nonostante tutti gli sforzi, mi sentivo perennemente fuori luogo, isolata e sola, in un mondo nel quale non potevo essere me stessa e contro il quale non avevo il coraggio di combattere. Risultato? decisi di dare un ulteriore giro di vite e, poiché non sapevo come perfezionare la parte caratteriale, mi incaponii soprattutto sul mio aspetto fisico. L’idea secondo la quale: se avessi migliorato l’immagine corporea di sicuro sarei stata accettata, divenne sempre più determinante… finché non si trasformò in una vera e propria ossessione!
Mesi prima avevo letto alcune testimonianze di ragazze che, per perdere peso, erano arrivate a procurarsi il vomito; allora ne rimasi disgustata eppure, in qualche modo, quel meccanismo così assurdo colpì il mio cervello ed un giorno, dopo aver mangiato qualche cibo di troppo, decisi anch’io di eliminarlo nella maniera apparentemente più semplice e meno faticosa.
Pochi minuti dopo quel ragionamento insulso, mi trovai con due dita in gola e la faccia rivolta sul water.
Tentai e ritentai finché, purtroppo, non riuscii a far uscire dal mio stomaco tutto il pranzo….
Imitai le protagoniste degli articoli sapendo di compiere un’azione pericolosa, ma fermamente convinta che ero più forte di loro e che avrei potuto smettere quando volevo!
E invece…eseguii per la prima volta un rituale che avrei ripetuto all’infinito approfondendolo, raffinandolo, esasperandolo…PER 10 ANNI!
Trascorsi i mesi successivi euforica: vedere un peso sempre più basso sulla bilancia, proseguendo a mangiare senza restrizioni, eliminava in me qualsiasi dubbio sul ripetere o meno un gesto così innaturale.
Non ci misi poi molto a realizzare che, “semplicemente” vomitando con maggiore frequenza, potevo ingurgitare tutte le schifezze che desideravo e che abbuffarmi di nascosto mi placava i nervi! Fu così che trasformai ciò che inizialmente aveva rappresentato una soluzione rapida per perdere peso in una vera e propria droga utile per allentare ogni minima tensione.
In un lasso di tempo molto breve permisi alle crisi bulimiche di occupare la maggior parte dei miei pensieri finché, stressata dall’enorme impiego di energie richiesto dal continuo ingurgitare e vomitare di nascosto oltre che al cercare di eliminare le calorie in eccesso con snervanti sessioni di ginnastica o con i lassativi, iniziai a crollare ed a tentare di interrompere quel maledetto circolo vizioso.
Peccato che ormai c’ero dentro fino al collo e non riuscii più a smettere.
Ero diventata bulimia dipendente!
La situazione si aggravò quando, venuto a galla il problema in famiglia, ne ricevetti soltanto silenzi e sguardi colmi di compassione.
Risposi con un mutismo carico di indignazione e di rabbia repressa e la malattia divenne il mio modo figurativo per urlare al mondo intero “TI ODIO”.
Durante l’estate del 1995 arrivai a perdere 4 taglie in 2 mesi e mi presentati in 5a superiore con una 40 scarsa, il viso emaciato e lo sguardo vuoto.
Persi il contatto con la realtà ed entrai in una fase apatica.
Mi isolai completamente e saltai parecchi giorni di scuola. Rischiata la bocciatura alla maturità, mi rifiutai di iscrivermi all’università e mi costrinsi ad iniziare un lavoro senza stimoli.
Allora trascorrevo la maggior parte del tempo libero o chiusa in bagno o sdraiata sul divano con lo sguardo rivolto verso il soffitto.
Andai avanti così per circa un anno nel quale toccai davvero il fondo fisicamente.
Non mi importava dei capelli che cadevano, della pelle gialla, delle continue infezioni, degli svenimenti, della pancia perennemente gonfia, del mal di stomaco, della carie, della peluria spuntata sull’addome, delle ferite causate dalle unghie sulla gola e dai denti sulle nocche delle dita, del pile che indossavo anche in estate perché mi era saltata perfino la termoregolazione corporea…Avevo tre unici pensieri fissi in testa: come riuscire ad abbuffarmi, come riuscire a vomitare, come riuscire a smaltire le calorie in eccesso, tutto il resto non m’interessava più.
Mi punivo e ci godevo. Per assurdo le crisi erano rimaste la mia unica fonte di piacere, ma di un piacere lugubre, tetro, causato dal dolore.
Mi sentivo potente nella mia capacità di reggere a ritmi così estremi. Sfidavo a mio modo la sorte e dentro di me pensavo: “Vivere o morire…che differenza fa? Se un giorno mi troveranno per terra col sangue che esce dalla bocca forse si accorgeranno di me!”.
Vissi semplicemente perché non ebbi il coraggio di farla finita.
Il mio corpo, non so come, riuscì a resistere e mi regalò altro tempo.
Non ci fu un momento decisivo che segnò il cambiamento di rotta ma, evidentemente, l’orgoglio personale e lo spirito di sopravvivenza non si erano del tutto spenti in me e mi permisero di reagire.
Dal 1997 ricominciai in qualche modo a mettermi in gioco.
Iniziai la relazione con l’uomo più importante della mia vita, mi iscrissi all’università e mi laureai a pieni voti, cambiai casa, tentai di aprire un’attività, contattai e ripresi a frequentare gli amici che avevo allontanato, trovai un modus vivendi grazie al quale i rapporti famigliari divennero tollerabili, iniziai nuovi lavori.
In quel lungo periodo compii azioni e scelte anche sbagliate e rimasi ancorata al solito circolo vizioso (senza la bulimia non riuscivo ancora a sostenere le pressioni quotidiane) ed agli schemi mentali famigliari, ma almeno mi offrii nuove opportunità e, soprattutto, SMISI DI ESSERE PASSIVA.
Mi ripresi fisicamente: il benessere corporeo andò ad influire positivamente sulla mente e, grazie a questo, qualcosa dentro la mia testa cominciò a cambiare.
A poco a poco iniziai a capire che, a forza di compromessi e ricuciture ero sì riuscita a rimettermi in piedi ma, per far questo, avevo accettato di continuare a rientrare più o meno totalmente nelle aspettative altrui.
Risultato? Ero tornata ad “andar bene per tutti” tranne che per me.
Fortunatamente non riuscii più a controllarmi.
La parte istintiva e naturale che avevo represso per anni con la razionalità e la logica, con i “si deve fare così”, “ci si deve comportare cosà…??”, iniziò a spingere in ogni modo per mostrarsi senza più vergogna o necessità di giustificarsi. Sembrava quasi che una voce interna mi martellasse in questo modo: “Ok, sei stata brava a rimettere in sesto la facciata, ma quella non sei tu e adesso devi farmi uscire!”
Le emozioni, soprattutto la rabbia, esplosero in modo incontenibile. Arrivai a reagire in modo esagerato quando meno me lo aspettavo e senza motivazioni apparenti.
Sentendomi in colpa per comportamenti così “fuori luogo” e che non riconoscevo come miei, incrementai le crisi bulimiche ma…cominciai a non trarne più lo stesso conforto di prima.
La sfera di cristallo nella quale mi ero barricata per più di un terzo della mia esistenza cominciava a scricchiolare…
Il 2002 rappresentò l’anno della svolta.
Ero semplicemente ESAUSTA.
Da un lato perpetuavo il solito circolo vizioso ormai in modo meccanico e non ce la facevo davvero più a rischiare quotidianamente continui collassi, ulcere e rotture dello stomaco e conseguenti ricoveri in ospedale, dall’altro la mia parte emotiva  proseguiva a prendersi tutto lo spazio che meritava, senza più chiedere il permesso.
Cominciai a scendere a patti con me stessa, cominciai ad accettarmi anche nei miei difetti, cominciai ad apprezzare la bellezza dell’imperfezione, cominciai a capire che ero degna di volermi bene, cominciai a dire “CHI SE NE FREGA!”.
Tra alti e bassi iniziai a modificare la quotidianità ascoltando il mio cuore, a partire anche dalle piccole cose, come decidere ad esempio di che colore ridipingere la camera da letto.
Senza quasi rendermene conto, proprio allora scelsi di riappropriarmi della mia vita e questo forse rappresentò il passo decisivo che diede inizio alla guarigione.
Alla fine di quell’anno decisi di chiedere aiuto e, dopo svariati tentativi, grazie ad una mia carissima amica individuai il centro di cura adeguato.
Nel 2003 entrai a far parte di una terapia di gruppo.
Incrementai ancora una volta, durante il periodo delle sedute, il numero e la frequenza delle crisi: ero terrorizzata dalla sola idea di lasciare definitivamente quella coperta di Linus alla quale mi ero ancorata per così tanto tempo.
Eppure un giorno…eseguita l’ennesima abbuffata ed ancora con la faccia china sul water…mi bloccai.
Estrassi le dita dalla gola e mi inginocchiai per terra.
In testa una sola domanda: “Perchè?”.
In quel preciso istante compresi una verità fondamentale: non aveva senso continuare a farmi del male. Ora che potevo scegliere, ora che potevo agire come desideravo, ora che avevo trovato la forza di combattere, di prendermi carico delle mie responsabilità, cosa stavo facendo? Usavo la malattia per rimanere inchiodata! Gli altri a quel punto non centravano più, la lotta era contro me stessa: ERA LA MIA VITA CHE CONTINUAVO A DECIDERE DI BUTTARE NEL CESSO!
Rimasi un attimo ferma a meditare su quel concetto che cambiò in pochi secondi la mia prospettiva e poi mi alzai.
Tirai lo sciacquone, mi guardai e mi sorrisi!
Da quel momento non vomitai né mi abbuffai più.
La dottoressa che mi seguiva al centro, quando venne a sapere dei progressi, si complimentò caldamente con me e poi a gran voce definì il tutto “UN SUCCESSO SREPITOSO”.
Già, lo era! E l’avevo raggiunto da sola e per me stessa!

A distanza di 5 anni dall’ultima crisi mi emoziono ancora a ripercorrere l’esperienza vissuta.
Sarei ipocrita a raccontarvi che, prese le distanze dalla malattia, la mia vita sia passata dal buio più totale alla luce intensa: per ricominciare a camminare da sola ho dovuto seguire un percorso durissimo, pesante, difficile, colmo di successi ma anche di insuccessi, eppure alla fine ce l’ho fatta e superare questa prova mi ha permesso di capire quanta forza possieda dentro di me.
Ora mi ritengo una persona né dotata di particolare saggezza per aver superato ciò che si era costretta a passare, né per qualche motivo speciale, ma semplicemente normale ed unica nella sua “anormalità” e disposta ad affrontare, un passo alla volta, le sfide che la vita le propone quotidianamente, senza più ricorrere all’autolesionismo.
Le sedute di gruppo inoltre hanno confermato la mia convinzione secondo la quale: il confronto, il dialogo e la condivisione dei pensieri siano determinanti per combattere la bulimia.
In seguito a queste considerazioni, nel 2007 ho creato un blog nel quale racconto gli episodi verificatisi durante il decorso della malattia ed esprimo le mie opinioni a riguardo.
Non mi reputo un’esperta di disturbi dell’alimentazione: è un dato di fatto comunque che ho vissuto sulla mia pelle una patologia che purtroppo sta dilagando (anche in fasce d’età sempre più basse!) e che viene spesso trattata con superficialità (vorrei sottolineare che di bulimia SI PUO’ MORIRE!), quindi mi sento in dovere di dire la mia in questione e, soprattutto, di far sapere CHE SE NE PUO’ USCIRE!
Mi auguro che anche questo mio intervento sullo splendido sito di Chiara possa essere utile per tutti coloro che in quel tunnel ci stanno ancora vivendo.
NON MOLLATE! NON MOLLATE MAI!
Anche nei momenti più difficili, più duri, più insopportabili, non smettete mai di credere in voi stessi e nella vostra capacità di ribaltare la situazione.
Come scrivo sul blog: siete più forti della malattia e siete voi a trasmetterle un potere che alla fine non possiede.
Ricordatevelo sempre: GUARIRE DALLA BULIMIA E’ POSSIBILE!

Un fortissimo abbraccio a tutti,
con immenso affetto
StefySelvatica

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