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Guarire
Come agire
Aiutare nel riconoscere il problema | Aiutare nel riconoscere il problema |
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Quando c’è un disturbo della alimentazione si ha, come compenso, una sospensione della funzione riproduttiva nel tentativo di regolazione omeostatica che, nel caso sia messa in pericolo la sopravvivenza individuale, concentra le sue energie per evitare la morte dell’individuo, mettendo temporaneamente in secondo piano la necessità di riprodursi per far sopravvivere la specie. Questo è, quindi, il senso della Amenorrea che si osserva precocemente e costantemente nella Anoressia e che va inquadrata come tentativo omeostatico di compenso e non come sintomo da affrontare isolatamente, confondendo la patologia con il tentativo di riequilibrio che essa promuove. Spesso, soprattutto nella Anoressia, il primo specialista ad essere consultato è il ginecologo, proprio perché l’amenorrea è il sintomo più precoce e precede, il più delle volte, il dimagrimento evidente; è fondamentale che lo specialista individui tempestivamente il problema, indirizzando la paziente ad una terapia integrata del disturbo alimentare e non, invece, assecondi la richiesta “disfunzionale” di correggere l’assenza del ciclo, concentrandosi sul falso problema e fornendo l’alibi per non affrontare la problematica centrale. In questa ottica il sintomo non sempre è, quindi, qualcosa da eliminare, ma si configura come linguaggio del corpo che necessita di interpretazione e di gestione rispettosa dei meccanismi innati, più che di semplicistica soppressione. Succede anche, nei DCA, che il digiuno o l’abbuffata siano elaborati dal soggetto come una modalità di risposta, a suo modo "vantaggiosa”, finalizzata alla conservazione di un equilibrio,personale o familiare2. Si fa strada, quindi, una interpretazione più complessa e profonda, per i disturbi alimentari, che travalica il semplice inseguire una immagine corporea suggerita dai Mass- Media, dove il sintomo rappresenta un compromesso che permette di affrontare un disagio più profondo, ambientale e sociale e che, in altri tempi ed in altre realtà storiche, avrebbero assunto forme patologiche diverse3.A volte il cibo è una ricompensa, una consolazione in situazioni stressanti o traumatiche, e allora anche la ricerca ossessiva del cibo assume il significato di una ricerca di equilibrio omeostatico, un tentativo di “autoterapia” messo in atto per contrastare uno stato di sofferenza. In questo senso il cibo riempie dei vuoti e lo stesso aumento di peso costituisce un “danno necessario” che protegge da disturbi psichiatrici più gravi4. A sostegno dell’ipotesi già espressa sul Disturbo del Comportamento Alimentare, elaborato come strategia “protettiva” in situazioni di sofferenza e di conflitto, è altamente suggestiva l’altissima percentuale, circa il 30-35%, di riscontro anamnestico di abusi sessuali precoci nei DCA10. Esiste, infatti, uno stretto collegamento tra esperienze traumatiche, soprattutto legate ad abusi sessuali e fisici, specialmente se verificatisi in fasi precoci dello sviluppo psicosessuale, e l’insorgenza di queste patologie. Bambini abusati o maltrattati rivelano livelli più alti di disturbi alimentari oltre ad atti impulsivi e abuso di droghe5. Sotto questo punto di vista, se il cibo rappresenta, in certe situazioni, elemento di “cura”, di equilibrio, la sua ricerca compulsiva va interpretata non come nucleo centrale della malattia ma come un tentativo di guarigione dell’organismo che rincorre il proprio equilibrio omeostatico. Se questo è vero, allora, la soluzione al problema del disturbo alimentare, qualunque esso sia, non può focalizzarsi solamente sulla rieducazione alimentare, ma deve coinvolgere il soggetto nella sua totalità mente/corpo.È importante comprendere il significato funzionale del sintomo alimentare, elaborato per contrastare sensazioni di sofferenza. Per evitare il dolore evocato da un trauma, dal richiamo mentale di uno shock, si ricorre al cibo, all’alcol, alle droghe... o si corre fuori dal cibo. Anche una situazione esistenziale può essere percepita come fortemente minacciosa per la propria integrità, e questo attiva il Sistema Nervoso Autonomo come sistema difensivo di emergenza la cui caratteristica principale consiste nella reazione di “lottafuga”. Quando però non si può né scappare né lottare, e si perde la possibilità di gestire gli avvenimenti esterni, allora si sposta la lotta dal mondo esterno, in cui la sconfitta è sicura, ad una battaglia interiore che garantisce più efficacemente la padronanza su stessi e sui propri impulsi fisici6. Si finisce per controllare la assunzione di cibo e la sua eliminazione e si proietta sul corpo il proprio desiderio di potenza. Nel caso di un trauma da abuso, legato alla profanazione del proprio corpo, si innesca una sensazione di pericolo di vita che esige una risposta, inizialmente caratterizzata da incubi notturni, ansia, autoemarginazione. Il disturbo alimentare si elabora anche a distanza di tempo dal trauma e può essere legato alla riattivazione di emozioni legate ai cambiamenti del corpo che si verificano nella pubertà e che possono costituire verosimilmente un elemento che ripropone il tema della sessualità, riportando in superficie l’ansia connessa ad essa. Rifugiarsi in un corpo infantile, senza forme che costituiscano un richiamo sessuale, rappresenta un elemento di difesa nei confronti della possibilità di altri abusi e, nel rifiuto del cibo, si esprime la negazione del mondo esterno che si è rivelato traditore7.Il corpo, vissuto come esperienza spiacevole risultante dall’abuso fisico, assume un’immagine negativa che si può esprimere anche con atti autolesionistici oltre il disturbo alimentare8. I disturbi del comportamento alimentare che si innescano nel corso dello sviluppo hanno, quindi, in questi casi, un significatodi protezione e la negazione ed il rifiuto del cibo diventano unadifesa nei confronti di chi aveva il compito di “nutrire” ed inveceha tradito: è la risposta ad un mondo esterno infido con cui non si vuole avere a che fare9.Per affrontare correttamente la strategia terapeutica dei DCA è, quindi, di fondamentale importanza la chiarificazione delle dinamiche sottostanti al disturbo ed ai sintomi con cui si manifesta. La strada della guarigione passa attraverso la consapevolezza ed è legata più al sistema emozionale che al pensiero astratto: per ricomporre il proprio schema corporeo e, quindi, riconoscersi ed accettarsi, è necessario rimettere in comunicazione mente e corpo attraverso delle esperienze che recuperino le sensazioni positive, e l’amore verso se stessi, fondamentale per innescare il meccanismo di rivalutazione del sé.Vivendo un sentimento positivo nei confronti di se stessi, quella che il Dalai Lama chiama “compassione”, la persona sperimenta un sentimento di benessere interiore, di accettazione di sé che necessariamente non farà che aumentare l’autostima e la fiducia nelle proprie possibilità di essere artefici del cambiamento insito nella propria guarigione. tratto da: IL VASO DI PANDORA Disturbo del Comportamento Alimentare: guida per familiari, amici, insegnanti e pazienti, Pubblicazione a cura di CESVOL, centro servizio per il volontariato Perugia, 2008
1 Cfr., M. CUZZOLARO, Anoressie e Bulimie, ed Il Mulino, 2004
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