|
Progetto di continuita' assistenziale alle persone con disturbi del comportamento alimentare
La prima volta che ho sentito parlare di anoressia , bulimia ed altri disturbi cosiddetti alimentari ho pensato che fossero sintomi facilmente curabili e non malattie vere e proprie. Pensavo che un buon psicoterapeuta , non necessariamente competente nella materia specifica che cura comunque la psiche, fosse in grado di guarire tale sintomatologia. Pensavo anche che le persone portatrici di questa patologia fossero ragazzi/e che somatizzavano ed enfatizzavano alcuni aspetti adolescenziali e che tali problematiche si potessero sicuramente risolvere con il passare del tempo. Poi , per motivi personali, ho conosciuto da vicino l'anoressia e con lei gli altri disturbi del comportamento alimentare (DCA) ed ho capito quanto anche la definizione banalizzi queste condizioni. Come chiamare tosse il carcinoma polmonare e trattarlo come se lo fosse.
Da allora (oltre 4 anni) ho girovagato per l'Italia soprattutto al nord alla ricerca di qualche struttura idonea, studiando nel contempo svariati autori di provata fama mondiale. Ho potuto verificare con cognizione di causa che esistono a macchia di leopardo diverse cliniche di riabilitazione nutrizionale ognuna con un proprio indirizzo terapeutico; che le suddette cliniche hanno come scopo primario la cura del sintomo ( alimentazione); che le figure sanitarie primarie sono psicologi ( che seguono le persone con sedute bi-settimanali) dietiste ( per il supporto durante i pasti); medici ( che rilevano i parametri vitali) ; psichiatri ( per eventuali comorbilità), ma che sono sempre presenti dato i sintomi da digiuno.
Gli infermieri hanno un ruolo abbastanza marginale in quanto, nei contesti analizzati, svolgono compiti quali somministrazione dei farmaci e uno pseudo-controllo delle persone, durante il loro orario di servizio, ma con i quale i/le pazienti hanno un rapporto quotidiano più vicino e più "vero".
I ricoveri sono standardizzati ( circa 3 mesi più 45 gg di DH). I pazienti, una volta dimessi e rientrati nella quotidianità familiare dovrebbero essere in grado di usare gli strumenti per combattere il sintomo malato ( alimentazione) . Ed ecco ancora una volta la banalizzazione:i pazienti affetti da DCA infatti hanno sviluppato la malattia proprio nel contesto in cui tornano e la loro inadeguatezza a vivere torna più prepotente che mai. Il vero percorso inizia proprio alla dimissione da tali centri ed è allora che i pazienti hanno più bisogno di aiuto. La mancanza di continuità assistenziale concreta e giornaliera è forse l'anello debole del percorso terapeutico iniziato…..anche perché è l'unica cosa che non esiste ( a parte sedute psicoterapeutiche a cadenza quindicinale). Ecco la necessità di creare un continuità di trattamento che permetta di intraprendere e portare a conclusione un percorso terapeutico , che aiuti ad operare un cambiamento a livello profondo , che addestri ad utilizzare le tecniche cognitivo-comportamentali nella vita di tutti i giorni,che fornisca la possibilità di sviluppare uno schema di autovalutazione sano attraverso la scoperta di proprie capacità e qualità personali, che accompagni nella vita di tutti i giorni i pazienti e le loro famiglie in un percorso di crescita personale.
Tutto questo, per la mia esperienza, puo' essere affrontato e risolto anche con gli Infermieri ( oltre ad educatori ed animatori e consulenze specialistiche eventuali) i quali , grazie alle loro competenze specifiche, devono aiutare le persone ad abbandonare il controllo rigidissimo che hanno sull'alimentazione , sul proprio corpo e sulla propria vita, aiutandole e accompagnandole nell'esplorazione di alternative comportamentali volte al superamento delle loro paure.
L' Infermiere in questo passaggio è l'unica e la sola che ha le competenze tecniche,motivazionali , deontologiche e perché no, legislative, per un risultato efficace ed efficiente che centralizza la persona in tutte le sue angolazioni ( dall'aspetto puramente sanitario con strumenti importanti quali il problem solving, l'empatia e la solidarietà) facendosi carico della continuità assistenziale di cui tali pazienti hanno un enorme necessità.
L'idea della creazione di una struttura per la continuità assistenziale gestita e coordinata da figure infermieristiche è nata da questi assunti , ma soprattutto dal credere fortemente nella professione autonoma, responsabile e con competenze specifiche di formazione.
MARIELLA FALSINI
INFERMIERA COORDINATRICE
PRESIDENTE ASSOCIAZIONE"PERLE"CONTRO DCA
su: http://www.perleonlus.it/Progetti/Progetti.asp?id=ASSISTENZACONTINUA
|