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Guarire
Come agire
Ri-Mettersi in gioco | Ri-Mettersi in gioco |
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| Guarire - Come agire | |||||
| Scritto da Stefania Cordazzo | |||||
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tratto da Bulimia di Vivere, per gentile concessione dell'autrice. Intraprendere un percorso di guarigione significa avere le palle di provare a rimettersi (o mettersi per la prima volta) in gioco.
Provate a mettervi ora nei suoi panni: voi avreste il coraggio di fare una cosa del genere? Immaginate di venir costretti, da un certo punto della vostra vita in poi, a vivere costantemente in una gabbia…quella gabbia inevitabilmente prima o poi vi diventa stretta, eppure non avete via d’uscita…l’unica cosa che vi è permessa di fare è di utilizzare dei pagliativi che vi aiutino a renderla più comoda, più accettabile, più dorata. All’inizio lottate, aggredite, combattete, eppure, prima o poi, arriva un momento in cui non ce la fate più ed inevitabilmente vi costringete ad accettare la situazione, cominciate ad assumere degli atteggiamenti meccanici e magari usate anche quei pagliativi che tanto vi disgustavano per rendere la realtà un po’ meno insopportabile. Ora la vostra gabbia è più bella, quasi vi piace, ma siete talmente stanchi che, per un certo periodo, rimanete fermi ad osservare…poi intravedete che là fuori esiste un mondo…cavolo! siete incuriositi…desiderate mettere un piede fuori, conoscere, fare altre esperienze, eppure continua a non esserci nessuna via d’uscita…la vostra gabbia, nonostante sia tutta colorata, bella e ben tenuta, diventa via via sempre più intollerabile…cominciate ad urlare, a sbattere la testa contro il muro, a ribellarvi, finché vi viene imposto anche di non urlare, di non sbattere la testa, di non ribellarvi…vi richiudete in voi stessi, diventate quasi apatici e, allo stesso stempo, avete paura e non avete neanche più la voglia di discutere…allora, nonostante l’enorme senso di disagio, fate vedere che in apparenza va tutto bene…finché non scoprite che in quella gabbia c’è una scatolina piena di pillole rosa (il cibo)…ogni volta che ne ingoiate una non sentite più niente…Dio che bello! la gabbia svanisce, la frustrazione non c’è più, vi abbandonate all’oblio e tutto riprende il controllo…finito l’effetto della pillolina tutta la realtà torna visibile con la sua prepotenza…allora, non sapendo come agire diversamente…prendete un’altra pillolina…ed ecco che di nuovo la testa si spegne…inizia l’alternarsi…pillolina, realtà, pillolina, realtà…finché, magari dopo 10-20 anni passati in questo modo, qualcuno non apre la porta di quella gabbia e vi tende la mano per aiutarvi ad uscire... Come vi sentireste? Quanta fatica pensate costi passare dall’aver trovato uno sfogo che in qualche modo ti rassicura e non ti fa pensare a tutta la merda che hai intorno e al percorso che dovresti compiere per ritrovare te stesso, al doverlo mollare per affrontare nudi e senza paracadute la realtà? Durante la malattia di sicuro la persona bulimica cercherà di tenersi ben stretta il proprio sfogo (unica cosa che le fa staccare il cervello) e, nonostante voi abbiate rappresentato in qualche modo un raggio di sole nella sua vita, per un periodo più o meno lungo tenterà con tutti i mezzi possibili di farvi rientrare in quel circolo vizioso che le sembra abbia dato e dia ancora un senso alla propria vita (nonostante sappia benissimo che non è così …è bulimica mica scema!). Cercherà in pratica di ritagliare anche a voi un posticino preconfezionato…per non andare più in là, perché magari non trova ancora la forza per lottare ulteriormente, perché ha bisogno di non pensare…finché quella benedetta molla verso la guarigione non le scatterà nella testa! Come si fa dunque a distinguere tra atteggiamenti causati dalla malattia e vero carattere della persona? E’ difficilissimo, è vero, perché la malattia fa parte di quella persona…ma alla fine la malattia non è quella persona e non deve diventare una giustificazione per tutto. Sotto le abbuffate, sotto le corse in bagno, sotto i comportamenti premeditati, sotto gli scatti d’ira si intravedono gli sprazzi della personalità di chi sta male ed è proprio lì che bisogna andare a lavorare, cercando di far capire alla persona che soffre che siamo disposti ad esserle vicini ugualmente e ad accettarla, anche se da un giorno all’altro ci proporrà dei cambiamenti che a prima vista possono sembrare assurdi.
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