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Il posto del panico, il tempo dell'angoscia PDF Stampa E-mail
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Scritto da Chiara Rizzello   
Indice articolo
Il posto del panico, il tempo dell'angoscia
Pagina 2

Seguendo la migliore delle tradizioni Freudiane, il testo esordisce con il racconto di diversi casi trattati in analisi dal Dott. Montanari, persone differenti che bussano alla sua porta di terapeuta, portatrici ciascuna di un sintomo "che fa da tappo all'angoscia e che non vuol scoparire". Un sintomo nato e cresciuto con quella persona, che si costruisce poco a poco, "si sedimenta" negli anni fino a far parte integrante della vita e che svolge una funzione di sostegno e di difesa da uno stesso male: l'angoscia.


Ma cos'è l'angoscia? Da Freud in poi, il problema di cosa sia e come si manifesti l'angoscia ha occupato le riflessioni di molti psicoanalisti fino ai giorni nostri, quando accanto a questo fenomeno più antico se ne sono posti di più recente osservazione clinica: sono i cosiddetti nuovi sintomi - Disturbi da Attacchi di Panico (DAP) e le nuove Dipendenze come i DCA - che nel nostro secolo hanno avuto un adesione più significativa  rispetto al passato. Gli individui che ne soffrono sono, secondo l'analisi ivi contenuta, persone fondamentalmente sole, svincolatesi dai consueti legami sociali e che dunque non usufruiscono del potere benefico che una rete di supporto sociale può offrire loro. L'angoscia esistenziale, attraverso l'isolamento che si sono procurati, non trova modi "sani" d'espressione e spesso si converte in un immobilità patologica, bloccando di fatto ogni iniziativa individuale. In questo stato di "blocco" un soggetto può stare tutta la vita, finchè al contrario non accada un evento imprevisto, inaspettato, che mette in crisi questa rassicurante staticità .


Ma se l'angoscia non è il panico, come mettere in relazione queste due manifestazioni umane? A livello fenomenologico (per come cioè appaiono a vedersi) possono essere persino confusi tra loro ma, continua l'autore, essi non si situano neppure sullo stesso continuum, nel senso che il DAP non è la manifestazione finale di un crescendo d'angoscia. Utilizzando come chiave di analisi la linea che va da staticità a movimento, potremmo dire che è proprio il movimento, fisico ed interiore dell'interrogazione, che permette all'angoscia di fuoriuscire come tale e non virare in crisi acuta di panico. Passare dall'inibizione all'azione, attraversando il culmine d'angoscia, consente che il malessere non sfoci in panico immobilizzante. Ovviamente gli esiti dei percorsi individuali sono unici come le persone che li vivono e perciò non è semplice, se non impossibile, schematizzarli o  tentare di classificarli.

"Agire è strappare all'angoscia la sua certezza" scrive Lacan, adagiarsi al contrario, continua l'autore "determina uno stato di blocco fisico [...] il DAP sembra essere in questo caso il bastione protettivo che segna il limite invalicabile verso una zona d'angoscia non affrontabile". Il DSM descrive il panico come un evento fondamentalmente imprevedibile, caratterizzato dall'insorgere improvviso di un'intensa apprensione e una sensazione di catastrofe imminente, associato a dispnea, malessere toracico, sudorazione e paura di morire. Non così l'angoscia, che si preannuncia nell'individuo e lascia presagire il suo passaggio: se questa è un "affetto" normale, consustanziale all'individuo, il primo scardina le certezze individuali perchè non ha legami con gli eventi che lo circondano, vivendo nel suo qui ed ora. Il panico, ponendosi all'attenzione di chi ne soffre e di chi lo affronta come terapeuta, acquista le caratteristiche di nuovo sintomo, fenomeno di questa ultima generazione, che non trovano nel legame sociale un ancora di salvezza e di benessere.

Chi si rivolge al terapeuta, osserva Montanari, afflitto da un DAP, non ha frequentemente un gruppo di riferimento cui sentirsi appartenente e legato, non trova tra le persone che lo circondano quella protezione dal disagio psicologico e sociale che in passato quasi tutti trovavano. Il panico interverrebbe allorchè il sintomo che fino ad allora li aveva sostenuti viene a mancare a causa di un imprevisto, di una modificazione del quotidiano che loro stessi si sono creati nel tempo.

Il libro infine, anzi all'inizio, avvisa che  , nè compito del terapeuta offrirefacili guarigioni, né ricette miracolose, ma più realisticamente ed onestamente propone il luogo di analisi come "una palestra di compromesso all'interno della quale il terapeuta è custode dello spazio simbolico del soggetto", fornendo ascolto ed aiuto ad un indioviduo che potrà liberarsi dal sintomo così come imparare a "destreggiarsi alla meno peggio" mettendolo nelle "condizioni di risollevarsi dalla caduta".

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