Briciole di Pane - Uscire dai disturbi del comportamento alimentare possibile

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Come aiutare - Per familiari e amici
Scritto da Stefania Cordazzo   
Indice articolo
Per chi convive
Pagina 2

 

 

Quarto. Ricordatevi che la persona bulimica prima che malata…è una persona che ha perso la bussola e che sta arrancando perché la vita che conduce non le piace, ma, nonostante tutto, continua a condurla in un certo modo perchè non ha la forza, il coraggio o anche solo l’idea di come fare per cambiare o di chi vorrebbe essere veramente. Come fare per riportarla in carreggiata?
La verità purtroppo è una sola: la molla che da inizio alla volontà di provare ad uscire dal tunnel può solo e soltanto scattare nella persona che sta male e non si può prevedere in che modo, perché e quando questa scatterà (e, anche se è brutto da scrivere…se scatterà!).
Ma qualcosa si può fare per stimolare questo momento: bisogna cercare di aiutare chi sta male ad intravedere quali sono i veri lati del suo carattere, a far emergere la sua natura, a lasciarla libera di scegliere cosa sia giusto o sbagliato, bello o brutto, interessante o no per se stessa…A rischio addirittura di perderla!
L’atteggiamento forse migliore da attuare nei confronti di una persona malata è una sorta di "presenza - assenza", accompagnata dall’accettazione del fatto che di fronte a voi avete una persona in estremo conflitto con se stessa e che, dal momento che inizierà ad intraprendere il proprio percorso di auto cambiamento, sfiderà voi e se stessa per far venire a galla tutti i lati del proprio carattere che è stata costretta a reprimere magari per gran parte della propria vita.
In un certo senso non potete far altro che essere spettatori consapevoli di una persona in completa evoluzione, cercando di mantenere intatta sia la vostra individualità che quella che sta, a calci e spintoni, emergendo in lei. Gesti plateali simili a chi inizia a drogarsi per capire meglio come si sente la persona che ama e che è drogata non servono ad altro che a produrre un altro disadattato. Come ho già scritto…un conto è voler bene ad una persona…diventare martiri è un’altra cosa e alla fine non serve a nessuno.
Vista sotto un’altra prospettiva invece, parliamoci chiaro…è tanto bello pensare, ad esempio: "cavolo sono riuscito a convincerla a farsi seguire da uno psichiatra!" ma se poi manca il contorno e tutte le conversazioni successive si impiantano su discorsi del tipo : "stai meglio?", "cosa ti ha detto?", "cavolo non vomiti da una settimana! che bello"…o PEGGIO ANCORA:"MA COME MAI ADESSO REAGISCI COSI'? SEI CAMBIATA/O..."!!!! alla fine ci si ferma sempre sull’apparenza, sul come limitare lo sfogo e prima o poi la persona in questione si rifugerà di nuovo nella sua coperta di Linus nascondendovi ulteriormente le crisi.

Quinto. Non addossate ed addossatevi colpe o ragioni. Cercate di andare avanti per "periodi brevi", un passettino alla volta, riconoscendo che non siete nati medici o tuttologi e provando ad esternare nelle discussioni anche le vostre paure, con umiltà e sincerità. L’altra persona non si aspetta certo che voi tiriate fuori la bacchetta magica e le risolviate i problemi. L’altra persona si aspetta che ci siate. Sparare a zero per la disperazione è accettabile solo nel caso in cui poi si ammette che lo si è fatto per disperazione e si è pronti a fare un passo indietro per discutere assieme su come procedere.

Sesto. Non sforzatevi di essere chi non siete e mantenete la vostra indipendenza. Chiudersi sulla coppia alla fine irrigidisce i pensieri e ci si avviluppa sempre di più sugli stessi concetti. Se ci si ritaglia i propri spazi inoltre si è più rilassati E SI RIESCE A SCARICARE ANCHE LA PROPRIA DI TENSIONE.

Settimo. Cercate di accettare di mettervi in gioco. Una volta riacquistato il concetto "la vita è mia ed è giusto che mi voglia bene!" la persona che è rimasta chiusa in un bozzolo magari anche per anni, in un certo senso…esplode! Dai piccoli passi iniziali pian piano comincia a ritrovare la voglia di sperimentare, di giocare, di buttarsi in situazioni che magari prima non le avrebbero sfiorato neanche l’anticamera del cervello… e qui può avere inizio un’ennesima prova per il rapporto di coppia! In fondo…Quanto siamo disposti ad accettare i cambiamenti della persona che amiamo? Ho sentito racconti di persone bulimiche che avevano deciso di legarsi mani e piedi a coloro che, in qualche modo, avevano donato loro sicurezza e che, una volta riacquistata la propria indipendenza, non riuscivano più a capire perché stavano loro accanto. Lo so, è brutto da dire, ma i condizionamenti esistono e sul perché si inizi una storia si potrebbe discutere fino alla nausea…in certi casi si crede di essere innamorati di una persona perché abbiamo talmente bisogno di lei ed abbiamo talmente delle carenze personali che da soli non si riesce a stare in piedi e, una volta riacquisita la sicurezza personale…eh…. si sta assieme perchè? Pena, scarso coraggio nel dire la verità, paura della solitudine, abitudine, SENSO DI GRATITUDINE?

Io e Cry, arrivati a questo punto, ci siamo separati. Lo ammetto c’è voluto un pelo così a dirsi in faccia che eravamo diventati "necessari" l’uno per l’altra (specifico: nel nostro caso anche per altri motivi oltre alla bulimia!) eppure, una volta tirato fuori il rospo, la realtà c’è apparsa così semplice che tutto ha ricominciato a prendere un senso.

Non voglio generalizzare e mi auguro, anzi, che i casi di rottura siano minimi…ma il concetto applicabile, arrivati a una svolta simile, alla fine è uno solo: capire quanto si è disposti a trovare comunque un equilibrio, nonostante i cambiamenti personali. E questo significa passare magari dall’essere amanti all’essere amici, dall’essere conviventi all’essere sposati, dall’essere sposati all’essere separati pur continuando ad abitare assieme…insomma gli sviluppi possibili sono infiniti, ma, alla fine, forse, l’importante è arrivare a non perdere di vista né se stessi né la persona che si ha di fianco.

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