Briciole di Pane - Uscire dai disturbi del comportamento alimentare possibile

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Percezione corporea
Scritto da Ameya G. Canovi   
Indice articolo
Autolesionismo
Pagina 2

Il post seguente può avere un effetto shock sul lettore ignaro di questa pratica sempre più diffusa. Tuttavia vorrei invitare a riflettere, dopo aver letto, su tutti quei comportamenti distruttivi che pur non implicando una lama o un rasoio, lacerano l'anima continuamente. Non è forse una forma estrema di autolesionismo restare in una relazione devastante con chi non ci apprezza, anzi ci umilia? Non è autolesionismo privare il corpo di cibo sano, affamarlo, stremarlo con allenamenti estenuanti? Fumare? Tagliarsi è una prassi estrema. Ma ci sono migliaia di modi per esprimere rabbia verso se stessi. E' interessante osservare e individuare quali sono le nostre modalità autopunitive. C'è una correlazione con altre pratiche?

Con l'abuso di sostanze, cibo, forti scommesse, sacrificarsi ore al lavoro?
Con il continuare a stare in un ambiente domestico pieno di violenza, percosse e  umiliazioni?
Si può scegliere di uscire da questi circuiti distruttivi, e coltivare l'amore vero per noi stessi.

Il comportamento autolesionista (Self-Injury) consiste nel procurarsi ferite al corpo in modo deliberato, ripetitivo, impulsivo ma non letale. Esso include tagliarsi, graffiarsi, strapparsi croste o interferire con la guarigione di ferite, bruciarsi, pizzicarsi, provocarsi infezioni, inserire oggetti in ferite, procurarsi lividi e ferite, strapparsi i capelli, sbattere la testa o altre parti del corpo contro il muro, e altre forme di dolore fisico auto inflitto. Le parti più colpite sono gli avambracci e le gambe. L’incidenza attuale è stimata pari all’1% della popolazione, con maggioranza femminile. L’età di esordio è la pubertà. I soggetti che manifestano tali comportamenti hanno un alto quoziente intellettivo ma un livello molto basso di autostima. Più del 50% riporta di aver subito un abuso sessuale o altri tipi di violenza durante l’infanzia. Il 90% dichiara di aver ricevuto una educazione repressiva nell’espressione delle emozioni, in particolare la rabbia e la tristezza.
Il soggetto autolesionista cerca di minimizzare e nascondere le ferite sotto i vestiti, trovando scuse come incidenti o graffi di animali, allo stesso tempo egli lancia un grido silenzioso di richiesta di aiuto, le cicatrici ne sono i segni evidenti.
Un numero significante di queste persone (i due terzi) lotta con un disturbo alimentare , abuso di alcol o altre sostanze. Spesso è presente un disturbo Borderline di personalità, o altre patologie psichiatriche classificate nel DSM-IV , come Depressione, Disturbo d’Ansia, Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Disturbo Post Traumatico da Stress, Schizofrenia nei casi più gravi.
La persona autolesionista riferisce di sentire un vuoto dentro, anestesia e incapacità di sentire emozioni o esprimere i propri sentimenti, terrore delle relazioni. Se vi sono tentativi di suicidio solo una piccola percentuale porta avanti una condotta suicidaria vera e propria. L’autolesionismo resta un modo di fronteggiare le emozioni che non si riescono ad esprimere altrimenti. La rabbia e l’aggressività vengono introiettate, il carnefice, direbbe Freud, viene interiorizzato, e la pulsione di morte (Thanatos) viene rivolta al corpo. Il dolore esterno e auto procurato  diventa un rituale espiante, autopunitivo, ma ha anche un effetto "benefico" in quanto provoca nell'immediato un rilascio di endorfine, provoca una sensazione forte, un picco adrenalinico, al pari dei grossi scommettitori, o di chi si lancia nel vuoto, o di chi pratica sesso o sport estremi. Diventa indispensabile, una DIPENDENZA, un gesto violento verso se stessi di cui non si può fare a meno, compulsivo e necessario. Le persone che esprimono tale comportamento spesso parlano di se stesse in termini di odio, disprezzo e totale mancanza di amor proprio. Tale rituale tuttavia, per assurdo, risulta rassicurante, il sintomo rappresenta un’ ancora di salvezza per evitare un male maggiore, la distruzione totale e definitiva. Attraverso il dolore corporeo si ha l’illusione di sentirsi vivi, il male risveglia un corpo intorpidito e congelato, tranquillizza, illude di avere una padronanza, fittizia, su se stessi. L’auto-mutilazione ha un effetto paradossalmente calmante. È una sublimazione di un rilascio emozionale bloccato e represso. Tagliarsi provoca un sollievo momentaneo da una sofferenza interiore ben più devastante. Il dolore riportato sulla pelle è molto più facile da contenere che quello tenuto nel profondo. Nell’infliggersi il dolore c’è l’illusione di poter decidere , di poter controllare, di poter essere liberi di disporre del proprio corpo. Si diventa esecutori materiali di una condanna spesso pronunciata tanto tempo prima da qualcun altro. Un atto di disamore compiuto da una mano esterna, e ora agita da soli, di nuovo: copione macabro, testimonianza di una ferita interiore, mai rimarginata. L 'autolesionismo diventa l’ unico linguaggio possibile:
un urlo rosso sangue.

Ameya G. Canovi

in http://amoredipendente.splinder.com/

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Scegliere se vivere o morire...

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Caderci è scegliere di annullarsi, di sparire, di rifugiarsi in un male maggiore che cancelli ogni altra sofferenza. Solo dall'interno, si arriva prima o poi a comprendere che non solo non si sono risolti i problemi precedenti, ma che adesso se ne ha uno peggiore di tutti: una voce incessante interiore che invita alla morte. Scegliere se vivere o morire è il passaggio fondamentale per decidere di curarsi e tentare di guarire...SI PUO'.

Caterina

 

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