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Intervista a Chiara Rizzello
Chiara Rizzello è nata a Genova nel 1974. Nel 1998 si è laureata in Scienze dell'Educazione e, da allora, opera nel campo della cooperazione sociale come educatrice professionale, nell'ambito dei servizi a fasce deboli, svantaggio sociale e disabilità psichica nel Ponente genovese.
A seguito della sua esperienza personale di guarigione dall'anoressia, di cui ha sofferto durante l'adolescenza, nel 2005 ha aperto un blog in rete, che si vuole proporre come punto di ascolto e di dialogo per malati, famigliari, amici e operatori coinvolti nel problema dei disturbi del comportamento alimentare.
Attualmente il suo blog “Briciole di pane” è diventato un gruppo di auto-mutuo aiuto on line ed è stato recentemente insignito del premio “Donna è web 2008”, in quanto ottimo esempio nella rete, e supporto per chi soffre di DCA.
- Come percepiva il suo corpo quando soffriva di anoressia? E nel periodo binge?
«Paradossalmente ho avuto un rapporto molto migliore con il mio corpo nel periodo in cui ho sofferto di binge eating disorder che in quello (precedente di un anno) in cui ho sofferto di anoressia. Questo avvalora anche l'ipotesi, non solo mia, che non sia il raggiungimento di un peso basso a far sì che la persona si senta finalmente realizzata nei suoi obiettivi ma anzi che, più si cala di peso, peggio si sta nel proprio corpo. Il periodo binge, con la rinuncia volontaria a qualsiasi restrizione alimentare, fu per me un momento in cui decisi di far pace con il mio corpo e accettarlo comunque fosse stato, anche con quei 30 kg in più. Non mi odiavo più, non cercavo più la perfezione estetica, volevo solo vivere, con un corpo qualsiasi che me lo permettesse».
- Qual è oggi il suo rapporto con il corpo?
«Dalla guarigione fisica, avvenuta l'anno successivo al periodo binge, sono passati ormai sedici anni, nei quali il mio rapporto con la corporeità è migliorato ogni giorno di più riuscendo anche ad affrontare periodi di forti oscillazioni di peso e cambiamenti di forma dovuti alle mie due gravidanze. A oggi posso proprio dire che amo il mio corpo per come è fatto, per ciò che mi permette di fare, perché è tornato alla vita guarendo e ha donato la vita altre due volte. Non lo costringo più a essere in un certo modo, non ho più ideali su di esso, semplicemente lo osservo modificarsi nel corso del tempo».
- Chi è stato il primo ad accorgersi che aveva un problema?
«I miei genitori».
- La consapevolezza del disturbo, fondamentale per la guarigione, è stata spontanea oppure è stata aiutata da specialisti?
«La prima presa di coscienza di avere un problema e che il mio comportamento non era normale, la devo ai miei genitori che, tempestivamente, si accorsero dell'anoressia e che con fermezza me ne fecero prendere consapevolezza. Da un punto di vista terapeutico però è ovvio che dovette intervenire uno specialista, perché la presa di coscienza di tutti i risvolti della malattia è molto lunga e non avviene una volta per tutte».
- I DCA sono descritti come dipendenze. Anche lei ha avuto questa percezione durante la malattia?
«All'epoca in cui mi ammalai (era il 1990) l'anoressia non era ancora descritta come una dipendenza, per cui non mi era chiaro di far parte di una certa categoria di persone e di comportamenti. Di certo mi rendevo conto di essere “schiava” di un pensiero ossessivo e di comportamenti compulsivi cui non potevo sottrarmi neppure con la forza di volontà. In questo senso sì, la mia era una dipendenza dall'assenza di cibo e dalla perdita di peso».
- Ha mai avuto paura di morire a causa della malattia?
«No, perché probabilmente non sono mai giunta a un livello di gravità tale per cui fosse palese che stavo rischiando la vita, o forse perché all'anoressia si accompagna sempre una sorta di pensiero di onnipotenza. Avevo paura e consapevolezza di non riuscire più a fare nulla delle cose belle che desideravo fare e, l'aspetto che mi terrorizzò di più, fu accorgermi che non ero più padrona dei miei pensieri e della mia mente: affetti, emozioni, volontà, cognizioni».
- Come è nato il suo blog “Briciole di pane” e con quali obiettivi? Perché questo titolo?
«Il mio blog è nato per puro caso, un esperimento da novella internauta che desiderava aprire un blog per curiosità. Una volta aperto, capitò di iniziare a chiacchierare con altri utenti della piattaforma dei DCA e da lì mi fu praticamente impossibile chiuderlo o modificarne l'uso, perché ebbi la percezione che quello fosse il luogo adatto per parlarne e perché, fin dai primi giorni, vi fu un numero altissimo di persone interessate a confrontarsi su questo argomento».
- Quali erano originariamente gli obiettivi di “Briciole di pane”?
«Gli obiettivi si sono costruiti e modificati in itinere, attraverso il dialogo, il confronto, i consigli e le esperienze vissute insieme sul blog.
Tuttora non ho uno scopo, se non quello di esserci ogni giorno ed essere a disposizione di chi desideri aiuto, ascolto, informazioni o quanto altro riguardi i DCA».
- Come mai questo titolo?
«Anche il titolo l’ho deciso senza farne una valutazione approfondita, ma non è scelto a caso. Le briciole di pane sono quelle che usò Pollicino per orientarsi e tornare a casa sano e salvo; in fondo un malato di DCA è come Pollicino, il più piccolo e indifeso del gruppo, quello che però alla fine trova in sé una risorsa che lo aiuta a tornare a casa, alla sua vita.
Un altro aspetto legato al titolo è quello relativo alla guarigione da un DCA: non si guarisce da un giorno all'altro, né immediatamente. La guarigione è un cammino lunghissimo fatto di piccoli passi alla volta, appunto come briciole».
- Aveva già usato prima questa forma di comunicazione?
«No, non sono un’esperta di rete, questo è stato il mio primo incontro con il mezzo».
- Oggi gli obiettivi del blog sono cambiati?
«No, non sono cambiati. Probabilmente vanno strutturandosi sempre di più grazie alla continua riflessione che compio sui DCA, su come aiutare e sul mezzo tecnologico. Inoltre, il blog, mi ha dato la possibilità di mettermi in contatto con molti specialisti del settore e dunque il mio impegno si può dire che vada professionalizzandosi, sebbene io lo svolga a titolo del tutto volontario e gratuito e così sarà anche in futuro».
- Quali sviluppi ha avuto nel tempo il blog?
«Il blog segue le persone che lo vivono, lo frequentano e lo formano, e non il contrario, per cui gli sviluppi che ha avuto e che ha, sono dovuti alla partecipazione individuale.
Non ho un obiettivo, né uno schema da seguire, navigo lentamente “a vista” in questo mare che è internet perché il tema è delicato e le persone devono potersi sentire sempre accolte e a proprio agio, mai giudicate o reificate quali oggetti di studio. Sul mio blog si trovano individui portatori di un problema e non un problema visto attraverso degli individui».
- Come redattrice del blog ha avuto modo di confrontarsi con le istituzioni? Ha ottenuto riconoscimenti da loro?
«Ho avuto alcuni contatti non ufficiali con il ministro Giovanna Melandri, all'epoca ministro del POGAS, in occasione del Manifesto sulla prevenzione dell'anoressia nel mondo della moda e, periodicamente, mi metto in contatto con strutture del SSN pubblico, Asl, Ospedali e Consultori per aiutare i lettori a trovare la soluzione migliore al loro bisogno di aiuto e cura».
- E con le associazioni specializzate?
«Lo stesso discorso vale per le associazioni specializzate, i gruppi di auto mutuo aiuto e gli specialisti che operano nel settore privato: con alcune di queste realtà opero in stretta collaborazione mentre in altri casi il contatto è stato episodico e legato al singolo caso».
- Ha ottenuto riconoscimenti dalle une e/o dalle altre?
«L'unico riconoscimento che mi attendo dalle persone che a vario titolo operano nel settore è l'ascolto del problema e la disponibilità a trovare soluzioni insieme e, devo dire, che questo generalmente c'è anche nei confronti di una persona che, come me, si occupa di DCA a livello del tutto volontario».
- Non ha l’impressione che il grande rumore sollevato intorno alla campagna “No-Anorexia, No-l-ita” firmata Oliviero Toscani, ancor più che stimolare il dibattito sul problema anoressia abbia focalizzato l’attenzione sulla campagna stessa?
«Certamente. Come ho scritto sul mio blog, gli obiettivi e gli scopi non dichiarati ma troppo palesemente evidenti della Campagna Nolita sono stati tutti rivolti ad avere la consueta cassa di risonanza tipica delle pubblicità di Toscani. L'intento di denuncia, anche se dichiarato, è soltanto un pretesto epidermico, che scivola facilmente addosso a chi non soffre mentre nel contempo svolge un ruolo di stimolo nei confronti dei soggetti a rischio. Per il malato e la sua famiglia una proposta del genere è uno schiaffo. Sul mio blog non ho mai messo immagini di persone anoressiche, in coerenza con il mio pensiero, perché questa visione non è solo inutile ma dannosa».
- Lei avrebbe ritenuto più accettabile l’uso dell’immagine di Isabel Caro se legata, per esempio, a una Pubblicità progresso, oppure il fatto che faccia parte di una campagna pubblicitaria di un marchio di abbigliamento è ininfluente?
«Per me è comunque inaccettabile. Il fatto che sia per giunta legata a una casa di moda per ragazzine la rende, se possibile, ancor più deprecabile».
- Lei ha criticato l’appoggio dell’ex-ministro della Salute Livia Turco alla campagna pubblicitaria può dire il suo giudizio in proposito?
«Credo che da parte del ministro e del suo staff non ci sia stata una valutazione completa dei pro e dei contro di questa operazione. Ho giudicato l'avallo molto “ingenuo”».
- Partendo dal principio che i DCA hanno radice psicologica, lei ritiene che comunque la moda dovrebbe adottare provvedimenti per disincentivare il perseguimento di modelli fisici impossibili?
«Io credo che la moda non faccia altro che perseguire il proprio scopo che è il guadagno. Voler imporre o incollare addosso a questo mondo un ruolo sociale mi pare impossibile per diversi ordini di motivi».
- Quale provvedimento potrebbe essere realmente efficace e, al contempo, rispettoso della dignità dei soggetti malati?
«Ci vorrebbe, invece, una politica sociale più forte a livello istituzionale, idee più chiare a livello psico-sociale e una mano più ferma nel fare applicare leggi apposite e non solo sulla pubblicazione di manifesti».
- Può spiegarsi meglio?
«Il ruolo di prevenzione non può averlo la moda, ma un insieme di istituzioni come famiglia, scuola, mondo dello sport e medici di base. Queste istituzioni devono lavorare in integrazione e in interazione per l'individuo, non solo quello malato, ma anche per ogni individuo sano.
Fare prevenzione non significa arrivare quando è già troppo tardi, ma occuparsi del benessere psicofisico dei bambini e dei giovani in ogni aspetto della loro vita e i particolare negli aspetti direttamente correlati all'evidenziarsi di una possibile patologia».
- A suo parere i media affrontano con costanza i DCA? Quando trattano l’argomento, lo fanno con sufficiente chiarezza e completezza?
«Nella maggior parte dei casi trovo che il ruolo dei media nei confronti dei DCA sia quello di strumentalizzare il problema a fini sensazionalistici e di audience.
Esistono molti modi di comunicare in maniera positiva, utile e vantaggiosa le informazioni in possesso sui DCA. Informazioni non da feuilleton come invece spesso accade, ma di tipo scientifico-divulgative.
In questi anni ho visto alcuni interventi ben concepiti, ma purtroppo sono ancora una minima, parte a fronte di una massa di interventi molto superficiali e ripetitivi basati sull'emotività dello spettatore/lettore e sul pietismo».
- Come giudica il “manifesto nazionale di autoregolazione della moda italiana contro l’anoressia” e il progetto nazionale “le buone pratiche di cura e prevenzione dei disturbi del comportamento alimentare”?
«A mio parere i concetti espressi sono validi, ma la forma non di legge ne fa un intervento meno efficace. Il progetto nazionale recentemente varato mi pare molto articolato e ben concepito, sia per quanto riguarda gli ambiti di ricerca, sia per le modalità di intervento, ma anche per quanto riguarda i diversi tipi di target.
Inoltre, mi è piaciuta molto l'iniziativa di deputare a diversi specialisti, che per la maggior parte conosco e apprezzo, gli svariati aspetti del problema».
- La Spagna ha vietato i defilé alle modelle con indice di massa corporea inferiore a 18 e ha concluso un accordo di collaborazione con i principali operatori della moda che contiene nuove norme comportamentali. Lei ritiene quello spagnolo un esempio che anche l’Italia dovrebbe seguire?
«Sono d'accordo con il modo di legiferare che sta adottando la Spagna attualmente in merito al problema. Non sono queste leggi per il mondo della moda, ma sono leggi in materia di sanità, perché è di salute si tratta, non di abbigliamento».
- Ritiene che l’Italia sia carente, dal punto di vista normativo, nei confronti dei DCA?
«Sì, è carente».
- Non le sembra che i media, nonostante gli inviti a moderazione e attenzione, continuino a parlare troppo insistentemente e con leggerezza di “riacquisto del peso forma”, “prova costume”, “rimedi dell’ultima ora”, eccetera?
«I media supportano principalmente l'obiettivo economico e vivono in base alla quantità di prodotto che riescono a far vendere ai propri finanziatori. Chi non vende nulla e non ha ricavi da parte di una sana informazione sui DCA, non può permettersi lo stesso livello di visibilità».
- Quali rischi comportano questi messaggi?
«Una qualsiasi pubblicità su diete e affini di per sé non ha il potere di provocare un DCA, le cui cause sono più articolate e remote.
Però, di certo, su soggetti predisposti dal punto di vista della personalità, del tipo di relazioni familiari, della fase di vita che stanno affrontando e della possibile fragilità psicologica momentanea, questi tipi di messaggi hanno il loro peso.
Ricordiamo che, la quasi totalità dei DCA, ha inizio con una dieta malfatta che non si conclude e che vira pesantemente in patologie come anoressia, bulimia o obesità».
- Pensa che queste pressioni possano influenzare anche i giovani sani?
«Influenzano soprattutto i giovani e gli adulti (sono in aumento i casi di anoressia maschile e DCA in generale nei soggetti adulti, con età di insorgenza oltre i venti-trenta anni) sani e potenzialmente a rischio.
Come già detto, su un soggetto con un DCA conclamato non sono a mio parere molto influenti questi messaggi, perché l'individuo è ormai alle prese con difficoltà personali ben più gravi che quella di riuscire a seguire una dieta. Sono invece particolari tipi di persone (adolescenti, giovani donne, puerpere, uomini con problemi di peso) a esserne il bersaglio preferenziale».
- Quale tipo di informazione riterrebbe efficiente?
«Da un lato ci vorrebbero più investimenti da parte di alcuni ministeri (Sanità, Pogas, Istruzione), per insegnare alle persone a leggere e valutare criticamente le proposte commerciali in merito a diete e dimagramenti che purtroppo in larga parte sono truffe a danno del cittadino e minacce per la salute.
I Centri di cura e prevenzione dei DCA esistono, a livello pubblico ne stanno sorgendo parecchi. Ciò che manca oggi è una comunicazione efficace sulla loro esistenza, su come accedervi, sulle differenze tra un tipo di cura e un altro. Basta pensare che non esiste in Italia una mappatura delle strutture predisposte a prevenzione, cura e supporto».
- Certamente conosce i blog pro-Ana. Qual è il suo punto di vista su questa realtà?
«Non posso che condividere il pensiero del dottor Agostino Giovannini, autore della più grande ricerca sul fenomeno pro-Ana in Italia, quando analizza questo genere di gruppo come un gruppo dei pari sostitutivo a quello reale, per i soggetti che partecipano agli spazi pro-Ana. Tutti conosciamo le difficoltà relazionali insite nell'adolescenza e il bisogno di sentirsi accettati dal gruppo quale centro di norme e valori alternativi a quelli familiari e infantili».
- Quale tipo di relazioni si creano in rete?
«Nei soggetti con DCA, vi è una maggior difficoltà a stabilire relazioni con i pari e molti di questi individui trovano nel pro-Ana un gruppo chiuso, coeso e adatto a loro, dove poter condividere il valore fondamentale dell'assenza di cibo.
Letto così, il fenomeno pro-Ana perde le caratteristiche della mostruosità e ne acquista di più comprensibili, leggibili e affrontabili con gli strumenti psico-diagnostici e terapeutici in possesso degli specialisti.
C'è da dire che, a fronte della risonanza data dai media al fenomeno, in Italia praticamente nessuno investe in questo ambito».
- Ritiene che siano numerosi i genitori a conoscenza dei blog pro-Ana?
«Credo che siano la minor parte, per via di una doppia difficoltà, sia di tipo tecnico ad approcciarsi con il mezzo, sia relativa al pregiudizio che in fondo ciò che accade in rete non è reale e che quindi non influisce sulla realtà di chi naviga.
Inoltre trovo che in alcune categorie di genitori vi sia, a scopo protettivo, una sorta di negazione del problema: pensare che il proprio figlio non frequenterebbe mai siti del genere li protegge dall'ansia».
- Quale “soluzione” proporrebbe?
«Personalmente sarei per una scolarizzazione informatica degli adulti che ancora non ce l'hanno, perché riescano a conoscere e comprendere meglio un mondo in cui i loro figli, nel bene e nel male, vivono già da tempo».
- Il suo blog è stato recentemente premiato da “Donna è web 2008” come miglior blog, in quanto ottimo esempio nella rete e supporto per chi soffre di DCA. Al di là della soddisfazione per il riconoscimento, quale significato ha per lei questo premio?
«Le donne che soffrono, a vario titolo, di un DCA sono molte di più di quanto dichiarino le statistiche: accanto alle forme più gravi, come anoressia e bulimia, fioriscono continuamente forme più lievi, non classificabili come malattie mentali ma certamente ascrivibili a forte disagio psicofisico individuale. Credo che il premio “Donna è Web” abbia un valore in quanto è il riconoscimento che la rete “funziona” anche in positivo e non solo per i “casi” più gravi».
- In che senso?
«Essere donna ed essere in rete con altre donne, offrendo a chiunque uno spazio di ascolto e di confronto sul disagio legato al proprio corpo e al rapporto con il cibo, è un compito importantissimo, indipendentemente da chi lo porti avanti.
Coloro che usano il web e che lo apprezzano come mezzo di comunicazione non possono non opporsi a gran voce al luogo comune che internet sia solo luogo di malessere e pericolo per gli utenti.
Internet è un mezzo e dipende dall'uso che se ne fa il giudizio sul merito. Il mio blog è uno dei tanti tentativi riusciti di abitare la rete in modo positivo e propositivo».
- A partire dal blog, ha in mente nuovi progetti di carattere mediatico per favorire la conoscenza dei DCA e a sostegno di chi ne è affetto?
«Non ho un progetto prestabilito, ma di certo non mi tiro indietro di fronte a proposte intelligenti di divulgazione mediatica: lo scorso anno ho accettato di partecipare alla trasmissione di RAI2 “Italia sul 2”, per offrire la mia testimonianza e, ogni volta che capita l'occasione, sono disponibile per intervenire con articoli o interviste su altri siti web o giornali on line.
Per adesso non ho altri progetti personali, perché il blog si sta rivelando uno strumento efficace allo scopo, ma resto aperta al confronto e a eventuali proposte».
- Che messaggio si sente di rivolgere alle persone che vivono il dramma della malattia?
«Un messaggio di guarigione: guarire dai disturbi alimentari è richiudere con pazienza e amore ferite interiori, per non dover riempire i vuoti col cibo. Sfamare il bisogno d'amore è la ricetta per non dover sfamare più un corpo che implora questo amore con tutta la forza possibile.
Guarire non significa dimenticare. né significa non soffrire più per un motivo qualsiasi nella vita, né vivere in modo sempre e necessariamente felice. La sofferenza, così come la gioia, fa parte di qualsiasi vita. Guarire vuol dire imparare a smettere di farsi male, imparare a gestire in modo sano il conflitto interiore ed esterno.
Guarire significa riconoscersi il diritto e la dignità di vivere e guarire si può: bisogna volerlo e compiere i passi corretti sul percorso di cura. Non bisogna disperare, la speranza è l’arma migliore».
E. Dellepiane, C. Rizzello
giugno 2008
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